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Anita

Quel giorno Anita si svegliò con la strana sensazione di non essere lei. Dopo colazione si recò in

camera per prepararsi per andare al lavoro. Ma quel sottile presentimento con cui si era alzata non

era scomparso. Sembrava, anzi, ancora più insistente. Non capiva da dove provenisse, ma sentiva

una voce che la spingeva a compiere azioni insolite.

“Rinnoviamo il guardaroba”, si disse.

“Fuori questa vecchia giacca marrone scamosciata, via quella gonna stile “educanda”. E questo

maglioncino verde? Che me ne faccio, se non riesco più a farlo passare dalla testa? Questi pantaloni

invece sono O.K., insieme alla maglietta beige con i motivi chiari.”

Si sentiva una crisalide che stava prendendo il volo sulla pista della vita. Ma come? Alla sua età?

Le sembrava di udire la voce di sua madre, morta più dieci anni prima, che la riprendeva e la

metteva di fronte alla realtà.

Ma di quale realtà si trattava? Di quella che frullava in testa ad Anita da quando aveva aperto gli

occhi al mattino o dell’altra, che in quel preciso istante stava passando giù in strada?

“Oggi ho deciso. Non torno indietro.”

Due rampe di scale e si trovò fuori dalla palazzina stile Liberty, in cui viveva da quando aveva

ereditato dalla zia Clara un appartamento di medie dimensioni. L’aria frizzante le ricordò che dopo

pochi giorni iniziava l’autunno. Preferì andare a piedi, non le importava se fosse arrivata in ritardo.

Per tutta la vita aveva messo le sue esigenze, le sue aspirazioni, i suoi desideri, in fondo alla fila.

Prima bisognava mettere sempre, immancabilmente, tutto il resto. E lei non c’era mai in tutto il

resto.

“Cosa mi diranno stamattina i colleghi?”

“Ma che te frega!”

Dentro di lei si svolgeva una discussione serrata, tra i pro e i contro. La conosceva la storia, da

quando era bambina e i suoi la mettevano di fronte alle possibili conseguenze delle sue azioni. La

sapeva a memoria la scaletta: obiezioni, confutazioni, argomentazioni. E poi di nuovo da capo,

finché alla fine, immancabilmente, cedeva e si lasciava guidare dagli altri.

Ma chi erano gli “altri”? Questa domanda si ficcò nei pensieri di Anita e non si schiodò fino al

termine della giornata. In ufficio qualcuno fece qualche battuta sull’aria sbarazzina che per la prima

volta notava in lei, forse perché aveva messo i jeans scoloriti e una maglietta aderente. Ma il resto

delle ore di lavoro non furono diverse dalla solita routine che Anita conosceva da vent’anni,

nell’ufficio anagrafe della sua piccola città di provincia.

Aveva voglia di uscire quella sera, di vedere gente e farsi carina, ma non per gli altri. Non aveva

ancora dato una risposta alla domanda che si era posta sin dalle prime ora del mattino: chi sono

questi “altri”. Pensava a se stessa, per la prima volta in vita sua non aveva un termine di paragone

esterno. Era dentro il punto di confronto, nella sua testa, nella sua volontà. Un pungolo che la

spingeva avanti, per andare oltre il già conosciuto.

“Che qualcuno mi abbia dato qualche sostanza eccitante e io non me ne sia accorta?”

A un certo punto lo sbalordimento per la sua diversità fu talmente forte che pensò anche a questo.

Scoppiò a ridere. E chi avrebbe potuto fare una cosa del genere? La signora che da qualche mese

veniva ogni settimana a pulire i pavimenti e a stirare? Si era concessa quel piccolo lusso, che in

fondo era anche un aiuto per la custode del palazzo che aveva bisogno di entrate supplementari per

mantenere la famiglia dopo la separazione dal marito, che non riusciva a rimanere in un posto di

lavoro per più di un mese.

Nessuna delle poche amiche, con cui era in contatto dagli anni dell’università, era libera quella sera.

“Nessun problema. Si esce lo stesso.”

I fari dell’auto illuminarono una sera nuvolosa e silenziosa. La strada che imboccò conduceva

all’unico cinema aperto in città a metà settimana. Il parcheggio era vuoto.

“Strano. Di solito è pieno di coppiette.”

Si ricordò dell’invidia che aveva provato, da adolescente, per le compagne di liceo che si davano

appuntamento con i ragazzi proprio lì. E lei non aveva mai potuto farlo. Per la solita tiritera dei pro

e dei contro.

Spense il motore, scese dalla sua piccola utilitaria bianca, s’incamminò verso l’ingresso.

Il neon rosso e giallo dell’insegna del cinema illuminava l’asfalto adiacente alla grande porta a

vetri. Entrò. Seguì la direzione della pedana di moquette verde che conduceva alla biglietteria. Non

c’era fila. Senza alzare lo sguardo aprì la cerniera della borsa.

“Buonasera. Un biglietto, grazie.”

Non riusciva a trovare il portafoglio. Spostò un pacchetto di fazzoletti, una penna, un’agendina.

“E’ da sola? E gli altri?”

Alzò gli occhi oltre il plexiglass trasparente che la separava dalla postazione della biglietteria e da

dove era giunta la voce che aveva sentito. Non vide nessuno.

Si voltò. Era sola. Solo una bassa musica classica in sottofondo. Panico.

Si sporse oltre il banco. Tutto in ordine, ma non c’era nessuno.

Cercò di stare calma. Uscì nel parcheggio, che per fortuna era illuminato. Rimise in moto e partì.

Appena rientrata si svestì velocemente e si mise sotto le coperte.

“Ti sta bene. Hai fatto di testa tua e questo è il risultato.”

Rimise in ordine le azioni compiute durante la giornata: erano andate tutte a buon fine, ottenendo

soddisfazioni anche al lavoro. Era filato tutto liscio, fino a quando non aveva chiesto un biglietto

per il cinema. Cos’era capitato? Chi aveva parlato? Il cinema era deserto.

Si rigirò più volte. Non riusciva a prender sonno. Poi vide una striscia leggermente luminosa che

proveniva dalle tapparelle rade della finestra della camera.

“Come mai questa luce là fuori? Forse hanno sistemato il lampione che non funziona da un anno.”

Si girò verso il muro e chiuse gli occhi. Si era appena rilassata e stava per addormentarsi quando la

sveglia suonò.

“Ma cosa succede stanotte? Tutto perché io non dorma!”

Accese la luce, guardò l’orologio al polso: le sette. Non era possibile, sicuramente si era fermato.

Era un vecchio regalo di sua nonna. Guardò la sveglia: erano le sette. Alla fine, quindi, si era

addormentata sul serio. Si alzò per andare in bagno e iniziò a pensare alla giornata che l’attendeva.

“Oggi metterò la giacca marrone scamosciata, e il maglioncino verde con la gonna lunga nera.”

Si lavò la faccia e si guardò allo specchio: il viso di una donna di quarantacinque anni che viveva

sola. Sapeva cosa aspettarsi da quello sguardo: serietà, scrupolo, attenzione a non fare passi falsi. Si

conosceva bene.

“E dire che ho sognato una giornata completamente diversa da tutte quelle che ho vissuto finora. E

ho anche creduto che fosse reale. Sono proprio una sciocca.”

Passò in cucina e fece colazione velocemente. Andò all’armadio: prese la gonna e il maglioncino.

Fece un po’ fatica a indossarli perché negli ultimi tempi aveva preso qualche chilo.

“E la giacca dov’è? Dove l’ho cacciata l’ultima volta che l’ho rimessa a posto? Lo so già, farò

tardi.”

Niente, non si trovava da nessuna parte. Optò per una giaccone di lana beige a coste.

Per le scale incontrò la signora delle pulizie. Anita era di fretta e la salutò senza fermarsi. Era già al

pianerottolo della seconda rampa quando si sentì chiamare dalla tromba delle scale. La donna

voleva ringraziarla perché a sua figlia stava proprio bene.

Anita si fermò. Di cosa stava parlando?

“Scusi, non ho capito. Può ripetere per favore?”

“Paola, la mia grande, la ringrazia. E’ della sua taglia.”

Panico. Non sarà mica…

“Cos’è della sua taglia?”

Dalla tromba delle scale proveniva solo il rumore dell’aspirapolvere che la donna stava usando.

Anita alzò la voce. L’elettrodomestico si fermò.

“Ho detto che la mia Paola la ringrazia. Le sta a pennello la giacca marrone scamosciata che lei,

signorina Anita, le ha regalato ieri mattina.”

“Ieri mattina”. Due parole che riaprirono “il nuovo mondo” di Anita. Non si fermò a pensare se era

stato tutto vero o solo un sogno. Le bastò sentire quelle due parole, “ieri mattina”.

“Posso riprovarci. Forse si tratta di un’amnesia di qualcosa che ho lasciato incompleto; o è solo un

desiderio di cambiamento che ho sognato. Non m’importa. Voglio tentare un’altra volta.”

Fu di nuovo in camera. Voleva risentire quella strana sensazione. Non le importava di fare tardi al

lavoro. Voleva ricominciare da capo, ancora.

Si sedette sul letto, chiuse gli occhi e attese che iniziasse la discussione dei pro e dei contro.

Nulla. Aspettò ancora. Silenzio.

Si alzò e andò alla specchiera sopra al comò.

“Da oggi prendo io il timone. Gli altri dovranno adeguarsi.”

La donna allo specchio le sorrise.

 

Donatella Rabiti

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