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Asinara

Il vento ululava ininterrottamente ormai da diversi giorni. I rari alberi, già contorti come mani nodose, si adagiavano quasi sulle rocce, in mezzo alle quali cercavano di trarre il misero nutrimento per sopravvivere. Ogni filo d’erba superstite era quasi vetrificato, una patina di salsedine ricopriva ogni cosa, vivente o no, di un pallore opaco. Il terreno, arido e ghiacciato era duro come le rocce stesse che emergevano qua e la. Gli animali, con il testone ossuto dalle corte corna chinato, gli occhi glauchi e rassegnati sotto le grandi ciglia abbassate, erano fermi, immobili contro il vento, le groppe inarcate sotto il pelame color della terra bruciata rado e spento. I ventri enormi e prominenti, pregni di future vite che già lottavano per la sopravvivenza ancor prima di venire al mondo, sporgevano in un modo a dir poco osceno. Il cibo era stato scarso quell’estate, come tutte le estati che le loro menti elementari ricordavano da quando erano giovani vitelli dalle lunghe e magre gambe, sempre affamati, il latte caldo e spumoso sembrava quasi salato, la mancanza d’acqua rendeva le loro madri restie persino a produrre quel poco che avrebbe permesso loro di crescere bene. Eppure crescevano, e si moltiplicavano, e ogni anno il pascolo era sempre meno esteso, l’erba grassa e nutriente sempre più rara, bisognava camminare ore e arrampicarsi, e accontentarsi degli steli più duri per saziare la fame. Un tempo, le mandrie combattevano per i prati migliori, ma gli animali, ormai rassegnati, vagavano sperduti fiutando con ansia ogni sporgenza del terreno. E ora, era inverno. Per quanto il sole inclemente bruciasse d’estate, l’inverno non era meno freddo, anzi, forse ancor più crudele per la beffa di una promessa di acqua che non veniva mai… Le bestie ormai sapevano. Anche quest’anno, dopo un assaggio di piogge autunnali scarse e improvvise, l’erba abbindolata da quella falsa abbondanza aveva emesso germogli che erano stati immediatamente brucati dalle mandrie già quasi impazzite dalla fame causata dalla lunga siccità estiva e non era riuscita nemmeno a fiorire e a maturare il seme per moltiplicarsi. I rari ciuffetti magari nascosti in posti troppo impervi per essere raggiunti, dopo aver fruttificato, lasciavano cadere i semi su di un terreno così arido e polveroso che il vento implacabile faceva mulinare qua e là, finendo irrimediabilmente in mare aperto ove non sarebbero serviti più a nessuno. I bovini erano stremati, non speravano più nemmeno nell’intervento dell’uomo, che fino a qualche stagione fa li aveva accuditi e nutriti nei periodi più duri. Ormai l’uomo se ne era andato, costretto da leggi impietose indifferenti all’esistenza di quelle povere bestie. Dimenticate dall’uomo che per codardia o insensibilità le aveva abbandonate al loro destino su quella misera isola inospitale, forse, in cuor loro, aspettavano soltanto che il buon Dio pietoso volgesse lo sguardo, e con quell’atto di estrema pietà negato loro da quell’uomo crudele di cui da millenni si fidavano, concedesse finalmente l’estremo riposo.

di Ombretta Barbagallo

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