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Benvenuto in Friuli!

Ero arrivato in mattinata nella caserma che avrei vissuto per i prossimi dieci mesi, in quello sperduto paese della piana friulana.

Avevo programmato la mia serata: doccia, cena e subito a nanna.

Erano ventiquattrore che non dormivo: stanchezza e tensione si facevano sentire.

La cena mi parve particolarmente gustosa.

Insieme a Umberto e a Lamberto, appena arrivati come me, entrai nel bar per qualche minuto di relax prima di andare a dormire.

Non vedevo l’ora di mettermi sotto le coperte.

Mentre ci raccontavamo le prime esperienze, il ten. Gustato, ufficiale anziano, si avvicinò e, senza mezzi termini, ordinò di prepararci a uscire.

Un’ondata di terrore mi colpì lo stomaco; l’incubo che pensavo di aver evitato durante il giorno si propose all’inizio della notte.

Non sapevo quello che ci attendeva e non volevo pensarci. Gustato e altri ufficiali ci aspettavano fuori della palazzina, davanti a due jeep.

Ci fecero salire all’interno di una, intruppati con quattro di loro e si partì. Non vedevo niente. I finestrini anteriori erano completamente coperti, ad arte, dalle teste e dalle spalle dei nostri accompagnatori.

Il viaggio fu lungo, oltre mezz’ora, tra sobbalzi accelerazioni e frenate improvvise, salite discese curve e retromarce inspiegabili.

Il mio stomaco si lamentava, ma la tensione era tanta e cercavo solo di immaginare il “dove” ci stavano portando e il “quando” saremmo arrivati.

Finalmente la jeep, con uno stridio di freni, si fermò repentinamente.

Il veicolo era fermo in salita, coricato su un fianco.

Ci fecero scendere.

La notte nera come non ne avevo mai visto ci accolse nel suo ventre.

Eravamo su una collinetta terrosa.

In lontananza scorgevo un lumicino rosso, in alto, e, in basso, alcune fioche luci, forse case.

Il ten. Gustato ci gelò: “Vi aspettiamo domani per l’alzabandiera. Auguri.

Risalirono tutti velocemente sui fuoristrada e filarono via, alzando polvere e sassi, senza che potessimo dire qualcosa, che un indizio colto dalle loro parole ci potesse dare la speranza di trovare la strada di ritorno che potevamo nemmeno immaginare, vista la nostra assoluta ignoranza dei luoghi.

Questa non ce la saremmo mai aspettati: avevamo una notte per trovarla e tornare in caserma.

Se l’indomani all’appello fossimo stati assenti, sarebbero stati guai grossi: proprio un bell’inizio.

Erano quasi le ventuno.

Ci guardammo intorno e cercammo di applicare quanto ci avevano insegnato durante il corso nelle lezioni di orientamento; non avevamo alcun punto di riferimento e decidemmo di affidarci al … culo.

Umberto indicò una direzione che lo ispirava particolarmente.

Io ero dell’avviso contrario.

A Lamberto sembrava di ricordare il lampione che si intravedeva in lontananza.

Cominciammo a camminare sulla direttrice suggerita dal nostro amico bolognese.

I miei occhi, minuto dopo minuto, si abituarono alla scura notte friulana. Intravedevo montarozzi sassosi, campi, più o meno coltivati, ma nessuna strada, nemmeno una luce in movimento. Mentre parlavamo tra di noi, uno spaventoso svolazzare di ali ci fece sobbalzare: un grosso gufo si era alzato in volo, disturbato dalla nostra presenza e dalle nostre chiacchiere.

Avere le sue pupille!

Erano le ventidue e ci trovavamo ancora tra sassi e campi alla disperata ricerca di una via d’uscita da quel labirinto senza fondo.

Improvvisamente, dopo un’altra buona mezz’ora di cammino e di imprecazioni, due fari veloci in lontananza bucarono la notte e la nostra inquietudine.

Velocemente, per quello che ci concedeva il terreno, raggiungemmo la strada.

Erano oltre le ventitre e non si vedevano fari.

A quel punto rimaneva ancora il dubbio su quale fosse la direzione per la nostra meta.

Ricordavo dei piloni nelle vicinanze della caserma e le lucette rosse che si scorgevano lontano ci spinsero in quella direzione.

Ci avviammo rinfrancati e speranzosi di raggiungere la caserma prima dell’alba. Ci veniva da ridere, la tensione si era smorzata e quelle lucine rappresentavano il nostro desiderato faro.

Nessun veicolo in vista.

Dopo un bel po’ una casa sbucò dal buio.

Era una palazzina a due piani, circondata da un pergolato e da un ben curato giardino in cui si intravedevano piccole siepi di rose.

Lateralmente, vi era una grossa rimessa.

Un’auto era parcheggiata davanti al portone d’ingresso.

La tarda ora e la probabile attività contadina dei proprietari ci facevano dubitare che qualcuno fosse ancora in piedi a quell’ora.

Dalle imposte non trapelava alcuno spiraglio di luce.

Suoniamo il campanello e chiediamo aiuto” disse Umberto.

Ma sei pazzo, se si svegliano questi ci sparano a quest’ora di notte” risposi.

Umberto insistette.

Lamberto tergiversò.

Umberto si avvicinò alla porta, accompagnato dai nostri “aspetta”, “che fai”, “mo’ chiamano i carabinieri”, e appoggiò il suo dito al campanello.

Nella notte quieta, quel “driin” imperioso risuonò come un colpo di mitra.

Eravamo pronti a darcela a gambe, ma senza un rumore, la porta si aprì e qualcuno si affacciò.

Cosa volete?” ci urlò in faccia un energumeno con grossi e spessi baffi neri color notte e due occhi di brace.

Si vedeva lontano un miglio che era avvezzo a trattare con trattori e mezzi agricoli, con mucche e maiali e che aveva un sonno da morire. “Ci scusi per l’ora, ma dobbiamo tornare a Vivaro e vorremmo sapere se ci siamo quasi.”

La timida domanda di Umberto si infranse contro una risata cavernosa.

Qui siamo a San Quirino; Vivaro è a venti chilometri, dall’altra parte. Avete sbagliato strada.”

Le gambe mi si piegarono.

Quei disgraziati si erano proprio divertiti: venti chilometri a piedi significavano tre-quattro ore di cammino, come minimo. L’omaccione guardò i nostri visi disperati, rise ancora e, probabilmente impietosito dal nostro evidente sconforto, ci resuscitò “Vi accompagno io. Salite.”

L’avrei baciato.

L’auto correva veloce nella direzione contraria a quella in cui ci eravamo diretti: alla faccia dell’orientamento!

L’orco buono ci raccontò che spesso gli toccava accompagnare giovani e sprovveduti ufficiali abbandonati nelle campagne di San Quirino.

D’altra parte era un pegno che i novizi dovevano pagare agli anziani, anche se alla fine, pensavo, la scocciatura più gravosa era la sua che non c’entrava niente e che aveva l’unica colpa di vivere a ridosso di zona militare.

La mezzanotte era passata da trenta minuti, quando, ringraziando infinitamente il nostro salvatore, entrammo in paese.

Chiesi se fosse possibile lasciarci qualche centinaio di metri prima della caserma.

Ai dubbi dei miei compagni, risposi che tanto valeva fare un po’ i furbi e raccontare di aver trovato immediatamente la strada, correndo per tornare in un paio d’ore.

Lasciammo il nostro buon samaritano e, poco dopo, suonammo al cancello della caserma.

Gustato, di servizio, strabuzzò gli occhi e rimase senza parole. Aprì i pesanti battenti in ferro e ci chiese come era possibile che fossimo già “a casa”.

“I nuovi ufficiali so’ tosti, tene’!” gli risposi e andammo, finalmente, a letto.

 

Amedeo Cappella

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