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Il bambolotto

Sonia aveva un viso da Madonna rinascimentale e non amava riconoscerlo.

Fiera della sua anima dark, si rigirava allo specchio, aggiustando le pieghe della gonna nera attillata sui fianchi e quelle dei capelli legati nella coda di cavallo che oscillava i suoi no. Poi uscì, sbattendo la porta col favore del vento e dell’età ribelle.

Su altre pieghe la madre, intanto, continuava a ripassare il ferro da stiro, il gesto guidato da una feroce malinconia, lo sguardo fisso sulla camicia strapazzata da troppi giri di centrifuga.

Sonia fece le scale in fretta e si fiondò in macchina, nell’abbraccio di Gianluca, nell’odore legnoso del dopo barba, in un lungo bacio che le guastò il rossetto. La mano sul cambio assestò la prima e l’auto partì insieme alla musica di radio Freccia.

“Che bella sei oggi!”

La mano ora le afferrava il ginocchio e lei la fermava con la sua.

“Perché, una settimana fa non lo ero?” ridacchiò.

“Sì, Soniù, ma ti trovo ancora più come dire…luminosa. Tu brilli Soniù, brilli…”

E le baciò l’orecchio, mentre la mano tornava sul cambio e l’auto attraversava il corso pressoché deserto, come sempre la domenica pomeriggio.

Capitava che uscissero verso le sedici e poi si appartassero un po’ fuori dall’abitato, in una zona di campagna, tra i muretti di pietra bianca. Davanti a loro i soliti rombi arrugginiti dell’alto cancello, chiuso da anni sul finale di una storia sconosciuta.

Sonia aveva scritto i loro nomi su una delle colonne sbeccate dal viavai delle stagioni, sentinelle delle porte cigolanti al vento.

Quelle scritte sancivano in qualche modo la proprietà del luogo d’incontro e dei sogni che trasgredivano realtà dolenti o malate d’incertezze.

Guardando la strada, già pensava alla destinazione, a tutte le volte che si erano fermati in quell’alcova d’amore dentro la macchina. Oltre il maestoso cancello, un percorso si snodava tra siepi e sterpaglie fino a un casolare dalle finestre verdi e dal tetto spiovente. Sembrava un mostro addormentato. I piccioni nidificavano indisturbati sulle braccia cadenti dei cornicioni.

“C’è qualcosa che non va?” riprese Gianluca, cogliendo il suo fremito mentre si stringeva nel giubbetto.

“No, no…sto bene.”

Sorrise, e si spostò accanto al finestrino con lo sguardo rivolto al cielo. A quella luce, all’imponenza dell’azzurro sconfinato, preferiva il mistero avvolgente della notte e il garbo della luna che sfidava l’oscurità.

Dell’autunno amava la dolcezza, la stessa dell’uva viola che trionfava nel centrotavola.

Ma in quei giorni era una dolcezza così forte da darle il capogiro e, a tratti, un senso di nausea risaliva dal corpo pian piano scalando le viscere e fermandosi sotto il palato, insieme alla sensazione appiccicosa del segreto non detto.

“Sei taciturna! Com’è andata la settimana a scuola, piccolina?”

“Al solito. A parte latino e matematica, tutto ok…Ma aumenta, adoro questa!”

E i suoni dei Muse riempirono l’abitacolo, strariparono per la strada, avvolsero gli alberi, le foglie disperse ai margini dell’asfalto, i cartelloni pubblicitari, il volto smunto della madre che le tornò davanti con quegli occhi bassi sempre troppo pesanti per sollevare uno sguardo verso di lei.

Notò con disappunto i contorni dello smalto nero steso male, stuzzicò le dita, poi gli anelli. Abbassò un po’ il volume.

“Tu? Il lavoro?”

“Per un anno sono a posto, Soniù. Mi tengono in prova nel reparto di abbigliamento, te l’ho detto. Magari poi mi fanno un contratto a tempo indeterminato.”

Il freno a mano sancì la fermata aderente ai rombi di ferro. Ai lati, alcune palme rinsecchite si accasciavano a terra, come a cercare la linfa perduta.

Infastidita dalla pubblicità, spense l’autoradio. Si immerse nel silenzio come in una vasca da bagno piena fino all’orlo, calda, profumata, dove poter sentire i rumori interni e quelli di fuori in un’unica eco abissale.

Trovò che gli occhi blu di Gianluca erano sempre troppo belli per poter smettere di guardarli. Ci cascava dentro scivolando senza voler riemergere. Anche lui finiva nella vasca della sua mente o del suo corpo in cui tutto perdeva peso, si scioglieva, diventava straordinariamente liquido e contenuto.

Lui cercò la sua pelle, mentre la campagna intorno le sembrò girare e ricordò quella trottola rossa che ruotava sul pavimento bianco, nel tempo forse non troppo lontano dell’infanzia. Lo allontanò con entrambe le mani, colta dalla nausea.

“Scusa, non posso. Ho bisogno di aria.”

Gianluca continuava a ghermirla e lei si divincolò scendendo bruscamente dalla macchina.

“Che succede?” si lamentò, uscendo anche lui, gli anfibi sgraziati sul fruscio delle foglie accartocciate.

Lei respirò profondamente, appoggiando la schiena allo sportello per non perdere l’equilibrio.

“Non mi sento bene. Forse non riesco a digerire il pranzo.”

“Vabbè dai, vedrai che tra un po’ ti riprendi…Guarda, i nostri nomi sono sempre lì.”

E si avvicinò alla colonna, per distrarla dal malessere indicando le lettere sbiadite.

Era di spalle, mentre lei cercava di controllarsi, tenendo le briglie ai palpiti rapidi. Portò le mani sulla pancia, formando un cuore con le dita. Si decise.

“Sono incinta!” soffiò.

La vasca nella sua mente si stappò e l’acqua fluì giù in un attimo, lasciandola a tremare.

“Cosa? Scherzi…Non è possibile…Oddio!”

Gianluca si passò le mani tra i capelli, poi sul collo, poi ancora sui capelli, fermandone una sulla fronte corrucciata e l’altra su un fianco.

“Che guaio, sei pure minorenne.”

“Avrò diciott’anni quando nascerà.”

“Quando nascerà? Che hai detto? Quando nascerà? Ma sei matta?”

Sonia, trangugiò un pianto solido in gola. Risalì in macchina, muovendo la testa e la coda di cavallo dei suoi no.

“Andiamo. Non sto bene.”

“Certo che andiamo” fece, rimettendo in moto. “Vedrai che troveremo il modo di risolvere. Basta una pillola ed è fatta. Dimenticheremo questo inghippo. Tranquilla.”

E avvicinò la sua bocca, mentre lei prontamente si ritraeva.

“Dai, non fare la bambina.”

“Lo voglio tenere. Ormai c’è.” Disse laconica e pigiò il tasto della radio, alzando il volume.

Lui alzò la voce. “Vuoi proprio fare come tua madre?” sogghignò.

“Ma ti rendi conto? Stiamo insieme da pochi mesi, neanche lo so che provo per te…E tu sei così…immatura.”

Sonia non lo sentiva già più, si era attaccata alla musica, viaggiava con le onde della radio. Pungeva ancora addosso quel sorriso stretto tra le labbra, mentre lui pronunciava la parola bambina. Pensò a quell’esserino dentro di lei, nascosto nel corpo e ai segnali della sua presenza che predominavano sui sensi e su tutte le persone affacciate a giudicarla nella sua mente.

Pensò al Ciccio Bello irrimediabilmente spettinato, accovacciato tra i libri, sulla mensola di fronte al letto. Era pieno di scarabocchi indelebili come tatuaggi. Risaltavano sul nome di Gianluca che invece scoloriva colando giù dalla colonna, come il mascara fra le lacrime.

“Ma mi stai a sentire?”

Sonia mosse il capo in un no. Lui accelerò, senza aggiungere nulla. Si fermò sotto casa.

“Bene, sai come la penso. Non sono pronto per fare il padre. Posso aiutarti a liberarti del problema. Se non accetti, allora mi dispiace ma il problema resta a te.”

Raccolse le forze che aveva impiegato per distaccarsi da quei momenti taglienti.

“Sei un verme! Sono io che non voglio mai più avere un problema come te!”

Sonia scese dall’auto, il tonfo dello sportello la lasciò sola, ancorata alla tenerezza del suo bambolotto scarmigliato.

Guardò la sagoma di Gianluca un’ultima volta e gli sembrò un estraneo o forse il mostro sceso dal tetto del casolare.

Mentre lui ripartiva in velocità, provò una stretta alla testa e sciolse i capelli sulle spalle. Aveva i vestiti spiegazzati e piangeva di rabbia su per le scale.

Il cuore galoppava e aveva già detto sì.

 

Elena Cimino

 

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