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Invisibile come il dolore

L’ultima cosa che mi aspetto quel giorno, è sentire il campanello di casa suonare. Siamo da poco entrati in quella fase di quarantena in cui, se porti il cane a pisciare troppo spesso, gli visitano la prostata, e nel caso il cane risulta in salute, ti fanno quattrocento euro di multa, così, sulla fiducia, senza stare a pensare o discutere sulla sua legittimità, tanto, nel paese del “poi si vede”, è giusto fare così. Comunque, io il cane non ce l’ho. I cani hanno una vita troppo breve per sperare che mi sopravviva. Quando prendi un cane, nel pacchetto è compreso anche il futuro dolore che proverai separandoti da lui quando morirà, perché tranne casi eccezionali sarà così, e questa è una cosa che non mi piace.

Ho capito, invece, che a molte persone questa cosa fa bene, li fa sentire inconsapevolmente meglio, come se, a prescindere di cosa possa succedere loro nella vita, sentono di aver assolto il compito di dover sopportare per forza del dolore in questa esistenza, una sorta di pace con la coscienza.

Le restrizioni sono talmente tante che, in questo momento, bisogna stare attenti persino alla forestale, o “Carabinieri verdi, quelli che, fino a poco tempo fa inseguivano solo i raccoglitori di funghi e origano, ora vigilano i confini delle città, boschi e praterie, ed oltre all’ultimo modello di autocertificazione possono tranquillamente chiederti documenti di qualsiasi genere. Hanno anche trovato un nuovo obiettivo: “i runner di periferia”, che, secondo me, sono dei raccoglitori di asparagi in pantaloncini e maglietta. In ogni caso, anche se, da quando ho smesso di andare in giro a comprare erba, quelli in divisa ho iniziato a vederli con meno diffidenza, quasi come degli ufficiali pronti a proteggermi dal crimine e garantirmi una convivenza civile e pacifica con tutti, dall’inizio della quarantena ho l’impressione che siano diventati tutti membri della psicopolizia, come quelli che descriveva Orwell in 1984. Militari pronti bastonarti appena ti si accende il pensiero di una eventuale uscita di casa, magari per prendere una boccata d’aria “pulita” o per avere un orizzonte visivo più ampio di quello che ti separa dal muro che sta di fronte al divano.

La pressione psicologica che hanno creato con le immagini dei tir pieni di bare e le camionette dell’esercito in strada a controllare che tutto fili liscio, secondo i programmi, è così psicologicamente insinuante che, ti senti in colpa al solo pensiero di aggirarle le regole, come se tutti in questo momento potessero aver accesso ai tuoi pensieri e giudicare il tuo amorale comportamento.

Inizio a sentirmi a disagio anche tra le corsie del supermercato, dove, le signore più in là con gli anni mi lanciano occhiate da killer al leggero accenno di entrare nella corsia che stanno occupando. Fare la spesa inizia a diventare un gioco di sguardi, attraverso i quali passa il rimprovero, la minaccia e, per fortuna, ogni tanto, la compassione.

Hanno caricato il peso dell’invisibile sulle nostre spalle, ci hanno indicato la strada, ed hanno detto che il finale dipende da noi, dai nostri comportamenti. Improvvisamente, la vulnerabilità della specie umana è emersa in tutta la sua potenza, e non abbiamo potuto fare altro che partire per questo assurdo viaggio, con la paura in una mano e la speranza nell’altra. In questo improvviso gioco di ruoli, la disarmante arrendevolezza della specie umana alla paura ha trasformato l’istinto di sopravvivenza in responsabilità, e fatto passare il desiderio di incolumità per fiducia. In questi giorni ho capito che, l’essere umano è l’unico essere vivente capace di mettere in catene un suo simile non solo fisicamente, ma anche e, soprattutto, psicologicamente.

L’obbligo della quarantena ha azzerato i miei spostamenti allo stretto necessario, come per tutti, ma a me non importa poi tanto, in fondo, oltre al fare la spesa o andare in farmacia a prendere medicine, come concesso in questo momento, nella mia normale quotidianità esco solo per raggiungere il dipartimento di scienze politiche dell’università, dove lavoro come ricercatore precario, e per soddisfare i miei bisogni sessuali.

Questo ultimo aspetto, poi, è una motivazione abbastanza rara, non sono incline per i rapporti affettivi stabili, di quelli che richiedono inutili convenevoli prima di guadagnarsi una bella scopata, e quindi preferisco frequentare donne sposate o fidanzate. Queste, di solito, per motivi di “privacy” mi raggiungono a casa, e se proprio mi capitano rapporti che non riguardano donne già impegnate, questi durano in media dai quindici giorni a un mese, poi trovo sempre un motivo per farla allontanare.

Appena annunciata la notizia che il lockdown (la quarantena la chiamano anche così) coinvolge l’intera nazione, sono apparsi i più svariati messaggi di patetica speranza; il Post-it dell’artista anonima con scritto “Andrà tutto bene” ha colpito nel segno, e tutti, ma proprio tutti, anche chi non ci crede, ha iniziato a replicarlo sui profili social o sulle lenzuola appese al balcone di casa, aggiungendo anche l’arcobaleno.

L’hashtag “#iorestoacasa” è in quasi tutte le foto profilo di facebook e messaggi del tipo: “restiamo lontani oggi per riabbracciarci più forte domani” e “ci abbracceremo più forte di prima” circolano su quasi tutti i diari. Che poi, dove cazzo si abbracciava tutta sta gente prima della pandemia io non l’ho mica capito. Immagino dei gruppi del tipo: “Associazione anonima abbracciatori”, anche perché in Italia, e soprattutto nei piccoli paeselli di provincia, esiste un’associazione per tutto. Proliferano come muffe. Credo si possa creare addirittura un’associazione unipersonale. Basta uno statuto (quattro cazzate scritte su word, su una specie di carta intestata), un logo, una firma, la consegna al tuo comune di residenza ed il gioco è fatto.

Immagino queste persone che si incontrano in questi “hugs club” clandestini, dove la prima regola è quella di non parlare mai degli “hugs club” e la seconda regola, di ricordare di non parlare mai degli “hugs club”. Gente che si incontra per stringere al petto degli sconosciuti, caricarsi d’affetto e scaricarsi di stress, e che poi, quando si incontra sul tram o in metropolitana, e si riconosce, si scambia l’occhiolino in senso di riconoscimento e appartenenza, come nel celebre Fight Club.

Personalmente, essendo di natura una persona tendenzialmente anaffettiva, ho sempre trovato molto difficile abbracciare le persone, anzi, mi è quasi impossibile farlo. Non mi sento a mio agio nello stringere il corpo di un’altra persona al mio, per qualsiasi motivo. I miei genitori non hanno mai avuto l’accortezza di abbracciarmi, e questo ha fatto crescere in me un certo senso di disagio nell’avere contatti fisici che possono avere qualsiasi tipo di implicazione sentimentale. Mio padre era affetto dalla sindrome di Asperger e aveva enormi difficoltà ad avere relazioni sentimentali stabili e durature, tanto che, quando avevo otto anni, lasciò me e mia madre e sparì nel nulla. Prese la sua valigia, la riempì dello stretto necessario, ed una mattina, poco prima dell’alba, uscì di casa senza farvi mai più ritorno, lasciando solo un alone di mistero alle sue spalle. Io, non l’ho mai più visto né sentito, mai una lettera o una telefonata. Non ho mai saputo che fine abbia fatto, sparì nel nulla come il fumo nel cielo dopo un incendio.

Quando sento il suono del campanello, fatico a legarlo alla realtà. Sono collassato sul fouton in una specie di coma etilico non so da quante ore, forse giorni. La stanza è illuminata di rosso dalla lampada di sale sul pavimento, il posacenere è pieno di cicche, e la bottiglia di Pampero è vuota. Gli ultimi ricordi impressi nella mia mente sono la faccia del Presidente Conte, in conferenza stampa, che chiede alla popolazione sacrifici e cambio di abitudini, e Walter White che dice alla moglie: “tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per me. Ero bravo, e mi sentivo vivo”. Nient’altro.

Alla notizia del lockdown mi sono recato al supermercato, ho fatto mezza giornata di fila prima di entrare, ed oltre al necessario per sopravvivere una decina di giorni senza uscire di casa, ho comprato una bottiglia di Pampero per festeggiare l’evento. Da quel momento potevo tranquillamente lavorare nelle quattro mura di casa, evitando inutili contatti formali alla macchinetta del caffè o nei corridoi del dipartimento. Tanto, la gente ti chiede qualcosa semplicemente per conquistarsi l’opportunità di mettere in mostra la propria vita ed il proprio ego, ed io non sopporto questo tipo di inutili perdite di tempo.

Dal mio appartamento è addirittura difficile capire che ora del giorno è. Abito al quarto piano di un ex- palazzo popolare, di un’ex periferia. Il quartiere, ormai, non è più abitato da operai e immigrati, ma dai nuovi quasi poveri: commercialisti, avvocati, pensionati, commercianti, qualche studente, e ricercatori precari come me. Gente in rampa di lancio verso il nulla. In tutto ho tre finestre, una in cucina, una nella piccola camera da letto, e una stretta e lunga nel micro-bagno, e affacciano tutte e tre nell’androne del palazzo. Gli inquilini precedenti sono scappati via per colpa della poca luce in casa, io invece mi sento a mio agio, non mi mancano né le albe né i tramonti.

Riesco a tirarmi su a fatica, barcollo e a stenti raggiungo lo spioncino per vedere chi è. Cazzo, la dirimpettaia, penso. L’avvocato del diavolo. La bionda con gli occhi azzurri che ispira i miei momenti di intimità coi tailleur aderenti e le scollature ammiccanti, soprattutto quando non ho voglia di navigare su pornhub. Proprio quella lì. Non è molto alta, ma quel suo lato b che eccede leggermente sui fianchi, sempre ben sodo nelle gonne a tubino fino al ginocchio, la rende particolarmente eccitante.

La sua figura scavalca leggermente i canoni classici della bellezza moderna, e questo, ai miei occhi, rende il suo fascino più intimo ed esclusivo. Veste sempre di scuro, le tonalità dei suoi vestiti vanno dal grigio al nero, forse si sente a suo agio con quei colori, di sicuro esaltano la sua carnagione chiara, quasi pallida, tanto che, quando mette il rossetto rosso, sembra una di quelle foto in bianco e nero dove l’unica cosa colorata sono le labbra dell’attrice. E’ proprio lei, sta bussando alla mia porta, ed io sono in condizioni schifose nonché in mutande. Simona. Il suo nome l’ho appreso da Carlo, il portiere. Uomo mite, con capelli neri come i corvi e sempre in camicia celeste e pantaloni di fustagno che, oltre ad occuparsi della pulizia del palazzo e dei pettegolezzi sui condomini, è anche un evangelista molto attivo. Carlo conosce Simona sin dal suo arrivo nel palazzo, mi ha raccontato che lei e il marito hanno comprato l’appartamento poco prima di sposarsi, che poi hanno avuto due figli, il primo, il maschietto, nel primo anno di matrimonio, e la seconda, la femminuccia, circa quattro anni dopo, e che poco dopo hanno iniziato ad avere violenti litigi, finché un giorno, il marito è uscito di casa, con una valigia in mano, e nessuno nel palazzo l’ha mai più visto aggirarsi da quelle parti.

Io e Simona non avevamo mai fatto delle vere e proprie presentazioni, sapevamo a vicenda i nostri nomi per via indiretta, e l’unico contatto più intenso del saluto sul pianerottolo era stato quando un giorno mi chiese di aiutarla a scendere ai bidoni della spazzatura un mobile da tv che non usava più. Quel giorno oltre al mobile, aveva riempito una serie di bustoni pieni di vestiti e oggetti vari, ed uno alla volta li aveva riposti vicino ai cassonetti. Credo si stesse liberando di qualsiasi cosa le ricordasse la presenza del marito in quella casa. Non scambiammo parole, lei era molto concentrata sul suo obiettivo, ed io le offrii le mie braccia per allievare il suo peso interiore. Una volta sbarazzata del mobile, si pulì i palmi delle mani sulle cosce, quel giorno indossava un fuseaux nero dell’adidas, che esaltava le sue belle natiche, mi ringraziò e salì di corsa su, senza neanche prendere l’ascensore.

Nel palazzo la chiamano nei più svariati modi; per il signor Luciano, settantenne ex-ferroviere vedovo e in pensione che, abita nell’appartamento sotto quello di Simona, è la “ciucciacazzi”, secondo la sua visione cinica e burbera, di uomo che ha finito di barattare la sua tranquillità col nulla, è una che fa incetta di pompini, ma di solito il signor Luciano si lascia andare a questo tipo di esternazioni quando i bambini di Simona si scatenano rincorrendosi e lanciandosi oggetti, e questo, purtroppo, succede quando lui schiaccia il riposino pomeridiano. Per la signora Sandra del primo piano, donna legata all’ideale di borghesotta anni ottanta, col marito ligio ai doveri coniugali e sottomesso ai suoi voleri, è la “vedova”. Dice che, da quando il marito l’ha lasciata si veste sempre di nero come se fosse a lutto.

Insomma, l’avvocato Simona non gode di molte simpatie nel palazzo ed ora è sul pianerottolo in attesa di un mio cenno di vita. So che ha sentito la mia presenza allo spioncino, quindi le dico: “Solo un attimo, arrivo”, quindi, corro in camera a mettere il pantalone nero della tuta, apro le finestre per far uscire la puzza di fumo mista ad alcol (potrebbe svenire) e ritorno alla porta, dandomi un’ultima sistemata alla maglietta, anche se serve a poco, visto il mio stato. Apro la porta, Simona ha le lacrime che le scorrono sul viso, fino ai bordi delle labbra, non sono lacrime che muoiono lì, ma alimentano la sua disperazione. Non faccio in tempo a dire la prima parola che me la ritrovo abbracciata al collo e subito dopo, in modo singhiozzante inizia a parlare:

“Emanuele, questo bastardo di Virus si è preso mia madre, capisci, mia madre, e non ho fatto nemmeno in tempo a vederla. Era da più di un mese che insisteva di andarla a trovare, ed io, come una stupida, ho sempre pensato prima a quelle udienze del cazzo”, dice, e mentre prende fiato trovo solo il coraggio di dirle: “Dai, non è colpa tua, non potevi saperlo”, ma lei subito riprende, “Sai cosa mi ha detto il tipo che mi ha chiamato dall’ospedale? Che ora non ci sarà nemmeno la possibilità per farle un ultimo saluto e che per una questione di sicurezza sarà cremata”, finito di dire questo, le sue lacrime diventano così copiose che iniziano a scorrere lungo il mio collo e le sento quasi arrivare al petto. Resto in silenzio, davvero è un dolore così misterioso che non ha senso nemmeno trovare le parole. “Può finire tutto così, in un barattolo di cenere?” dice, e mi stringe ancora più forte.

Questa immagine desolante mi spinge a metterle le braccia intorno al corpo. E’ un gesto spontaneo e involontario, ma la sto abbracciando e lei non sa quanto sia difficile per me. L’invisibile ha spazzato via parte della vita di Simona, come il soffio sulla fiamma di una candela, ed io devo abbracciarla, a costo di sentirmi male. La scena è drammatica, e per evitare ulteriori derive con i pettegolezzi del palazzo, ci trasciniamo dentro e ci chiudiamo la porta alle spalle. Restiamo nella penombra tra l’ingresso e la camera da letto, in silenzio, a farci scorrere le lacrime sul corpo ed il dolore sulla schiena, ma quella vicinanza così forte, quel corpo così caldo, mi stimola una inaspettata erezione. Provo a nasconderla, quasi mi vergogno. Provo a staccarmi un po’, il momento mi sembra inappropriato, ma Simona se ne accorge ed invece di staccarsi spinge il suo bacino contro di me. E’ come essere trascinati da un tornado e sentirsi più vivi che mai. Mette le sue labbra sul mio collo e poco dopo finiamo sul fouton a fare l’amore. Niente di perverso, niente di pornograficamente sconvolgente, solo due anime che uniscono i loro corpi in un dolce piacere ai confini del dolore.

Ora, ho appena lasciato i “nostri” bambini a scuola, e come ogni mattina li ho salutati con un abbraccio, ancora non sono molto spontaneo, ma Simona dice che sto migliorando e che, col tempo, posso diventare molto bravo. Pieno di questa energia, sono pronto a mettermi in marcia e tornare al lavoro. Continuo ad odiare i falsi momenti di convivialità, ma dal giorno in cui Simona è entrata in modo dirompente nella mia vita, li affronto col sorriso. Abbiamo deciso di appendere una mascherina in ognuno dei posti che frequentiamo di più: in auto, in camera da letto, in cucina, in bagno ecc., ci ricorda che nel momento più buio, nel posto più buio, nella situazione più ingiusta, c’è sempre una porticina che porta in paradiso e che a bloccarti dal cercarla non è la paura del buio, ma la paura di non riuscire a vedere.

Carmine Volta

 

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