home Racconti La dolce prigione dei miei pensieri (marzo 2020)

La dolce prigione dei miei pensieri (marzo 2020)

C’è chi incoraggia i suoi connazionali a sopportare il sacrificio dei propri cari in nome della teoria dell’”immunità di gregge” suggeritagli da qualche scienziato col vizio dell’alcol o peggio (Boris Johnson).

C’è chi, invece di pensare al macigno che gli è caduto sulla testa, confeziona uno stupido e infamante filmato su un cuoco italiano che sputa sulla pizza (Canal plus).

E c’è chi intravede una luce in fondo al tunnel (Trump), ma non si avvede che è un treno quello che gli sta venendo contro (Woody Allen).

Comunque nelle strade al di fuori del tunnel non c’è più nessuno, gli uccellini si stanno ancora chiedendo come mai.

Il tempo invece continua a fare il suo: il giorno si alterna alla notte attraverso la lunga sera.

Come anche quell’altro tipo di tempo, quello climatico: piove, si rasserena, fa caldo, fa freddo come se niente fosse.

Ma non è così: qualcosa è accaduto, anche se nessuno se lo sa spiegare.

E purtroppo non si tratta di un incubo in cui basta svegliarsi per capire che non è successo niente.

Dopo lunghi giorni di prigionia casalinga improvvisamente m’accorgo che mi manca il ritmo, il tran tran quotidiano, il rito delle abluzioni mattutine e della vestizione. L’uscita da casa, l’autobus pieno di gente e poi la metro ancora più affollata. Gli ottocento metri che mi separano ancora dal posto di lavoro. M’accorgo che mi manca il badge e l’entrata in ufficio. E poi il saluto ai colleghi, la colazione, le pratiche da svolgere, le incomprensioni, le soddisfazioni. Mi mancano le stanze, i corridoi e i bagni, mi mancano le macchinette del caffè, l’archivio e la segreteria. Mi manca il saluto alla dirigente e quello alla signora delle pulizie. Mi manca lo sguardo preoccupato del gabbiano. L’ascensore, le scale, le persone mai viste quando sono fuori. Mi manca il consueto abbraccio della città!

Ma intanto i giorni passano uguali l’uno all’altro portando con sé gli stessi orari, gli stessi giochi di luce, le stesse dimensioni, gli stessi appetiti. E così anche il mio compleanno, come una cartaccia sospinta dal vento, è passato tra l’indifferenza generale. Non riesco più ad apprezzare una canzone, la visione di un bel film, la sana lettura di un libro. Passo il mio tempo ad andare avanti e indietro catatonicamente da una stanza all’altra del mio appartamento o a soggiornare nei dubbi che affollano i meandri della mia mente malata. Non provo più interesse per i colori che riescono ancora a dipingere le mie insulse giornate. Non mi entusiasma l’arrivo della bella stagione che ha preso il posto del noioso inverno. Tanto la noia mi ha già inghiottito con le sue enormi fauci e mi ha incatenato negli scurissimi recessi del suo infimo mondo.

Ma quando m’avvedo che da quattro giorni il telefono non squilla, riesco a trovare, tra le residue forze, quel minimo di energia che mi spinge ad uscire.

Così, come d’incanto mi ritrovo a camminare lungo il viale sotto casa. Non ci sono più le panchine né la solita gente che passeggia. La giornata comunque è bella e, in altri tempi, avrei detto foriera di sviluppi. Infatti nel cielo non ci sono nuvole e questa leggera brezza non mi sfiora nemmeno il cappello. Ho perfino dimenticato la sciarpetta e cammino libero, come in passato. Anche se nella testa riecheggiano ancora le parole di quello speaker della tv che diceva che il trend continua a salire senza tregua. E di quel commentatore che però aggiungeva che la speranza è l’ultima a morire, anche se la speranza, secondo il pensiero greco, assume spesso connotati tragici.

Passo e ripasso davanti alla chiesa vuota, dove non si può entrare, e davanti alle serrande abbassate dei negozi. Sul marciapiede antistante il bar chiuso, ci sono pile di sedie rigirate, mentre i tavoli sono spariti.

Tutto è desolato, non c’è anima viva, e io sto rischiando a prendermela così comoda invece di affrettarmi a fare la spesa. Comunque ho in tasca il mio lasciapassare: il modellino dell’autocertificazione. D’un tratto mi viene su un conato di vomito, ma è soltanto nausea. D’istinto mi guardo intorno, ma naturalmente non c’è nessuno. Mi faccio forza, vado avanti.

Nell’aria non si avvertono più le note allegre cantate da Bob Marley, quelle che scatenavano la primavera e la voglia di vivere. E dai cuori infranti è sparita la leggerezza dei ventanni che prima custodivano gelosamente, come anche il semplice desiderio di rivedere il mare. Al loro posto si sente solo la raccapricciante risata della Grande Impallidita che si sta impadronendo della città, coprendo anche i versi degli animali che dicono siano tornati dopo la scomparsa dell’uomo.

Al supermercato sono tra i pochi a non indossare la mascherina (che non ho trovato, che non è obbligatoria), ma non fa niente: sono protetto dalle stesse mascherine degli altri. E comunque ho i guanti. La gente mi guarda con sospetto, ma la cosa è reciproca: se vedo uno che sta venendo nella mia direzione mi giro istantaneamente dall’altra parte. Sembra che siamo diventati tutti indifferenti e diffidenti, ma sappiamo che non è così, che non vediamo l’ora di riabbracciarci appena passato quest’incubo. Lo leggo negli occhi di tutti, soprattutto di quelli che non ce la fanno più come le commesse e gli addetti ai vari reparti del supermercato. Tutti noi che avevamo paura di morire ci troviamo a camminare sul filo, attenti a non toccare niente, a tenerci a distanza, a passare più tempo possibile tappati dentro casa. Cambiano le abitudini, cambiano i pensieri, arrivano nuove nevrosi. Niente ci può alleggerire, anzi giorno dopo giorno sentiamo il passo farsi più pesante. E cerchiamo disperatamente tra le pagine di un libro, tra i canali della tv, negli abissi del web una verità che ci possa consolare. E la troviamo nell’unica vecchia frase che al momento ci può offrire un po’ di conforto: chi non ha paura di morire muore una volta sola. Una rarità in un mondo senza più ideali.

Dopo aver fatto la spesa, me ne torno mestamente a casa. Accendo la tv e ascolto Joan Beaz che ha voluto regalare al nostro paese una struggente interpretazione di quella splendida canzone che è “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi. E ho pianto, tanto. Non mi vergogno a dire che fatti del genere mi commuovono perché penso e vedo l’autentico amore che tante persone spontaneamente trasmettono ai propri simili. E mi rendo conto che ultimamente ho la lacrima facile, che ultimamente sto apprezzando cose che prima mi sfuggivano perché andavo troppo di fretta, perché ero un po’ troppo cinico. E questo dovrebbe essere positivo, soprattutto se riuscirò ad astrarlo dal momento che stiamo vivendo.

Nella testa scorrazzano frotte di cattivi pensieri. Ne prendo uno a caso, che poi è una domanda che ne porta con sé altre: come si estinsero i dinosauri? E se non fosse stato un meteorite a causare la loro distruzione, ma, ad esempio, un virus? E, stando così le cose, non è che questo nostro pianeta non fosse fatto per noi, ma per esseri infinitamente più piccoli?

Poi mi chiedo perché le cose belle non si avverino mai. Perché, ad esempio, non succede che uno faccia un salto dal balcone e cominci a volare invece di precipitare? Perché esistono malattie sconosciute, invece di poteri e potenzialità positive sconosciute? Perché va tutto verso una direzione sbagliata e tutti noi dobbiamo affannarci a deviare il corso degli avvenimenti?

Dalla finestra osservo un ragazzo che corre in tuta da jogging sui terrazzi dei palazzi di fronte. Penso che abbia avuto un’idea eccellente e che la necessità aguzzi l’ingegno. Spero che questo stato di necessità illumini qualche cervello, ne abbiamo proprio bisogno. Una situazione così non si era mai verificata sul nostro pianeta. Un fenomeno che induce a svariate considerazioni di tipo filosofico, religioso, politico ed economico. Ma come si sa nella vita ci sono sempre delle priorità da mettere in ordine. Al momento attuale, evidentemente al primo posto c’è l’emergenza indifferibile di trovare al più presto una cura, un antidoto al virus; poi viene il problema economico. Ma i due aspetti, a ben vedere, possono anche essere affrontati contemporaneamente. Se è vero che i guariti molto probabilmente non cadranno in una recidiva, è bene che riprendano, con le dovute precauzioni, le attività lavorative temporaneamente sospese. E se è vero che i giovani hanno più probabilità di resistere e di superare l’attacco virale, è bene che siano loro, con le dovute precauzioni, i primi a riprendere le attività lavorative temporaneamente sospese. Poi sarà la volta dei più anziani. Altrimenti, se aspettiamo tutti tappati in casa l’esaurirsi degli effetti della pandemia, si potrebbe generare una ribellione dei più poveri che non hanno più le risorse economiche per sfamarsi, che allontanerà definitivamente la fine del contagio. Insomma “the show must go on”. Aumenteranno i rischi, tutti ci ricorderemo con più attenzione che si deve morire, ma la vita deve continuare fino a che non si sarà trovato un rimedio efficace a contenere il male. In passato ce l’abbiamo sempre fatta, ce la faremo anche stavolta. Perché, per rispondere alla domanda che mi sono posto poco fa, non sono proprio sicuro che questo pianeta sia appannaggio dei virus, visto che non hanno il cervello degli uomini. Ma questi ultimi ora sono chiamati a una prova fatale in cui devono dimostrare di saper usare la loro intelligenza nel migliore dei modi possibile.

 

di Stefano Trulli

 

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