home Racconti La malattia mentale

La malattia mentale

“La malattia mentale. Sputo e mi va così. Il contatto è silenzioso, Il mondo direi … Vuoto.
Perfetto, che collegamenti! Dinamiche surreali che accadono intorno a me mi riportano alla mente tantissimi episodi che ho vissuto. Sono le 18e36 e cos’è? Cos’è questa sensazione che emerge dentro me? Potrebbe essere … ah si, ma che stupido. Sempre lui. Si, il ticchettio. Avverto con molta attenzione il passare immaginario dei minuti, il tempo che scorre maledettamente, il dolore che reprime ogni speranza vissuta e vivibile. Quell’orologio a pendolo, marrone ed attraente mi è sempre stato d’aiuto nel riconoscere le lancette giuste e le lancette sbagliate, mi ricorda persino da quanti anni sono rinchiuso qui dentro, isolato da un mondo misero, considerato un cane malato, un fantasma senza colori, senza nessuno cui poter parlare. Abbandonato al proprio destino ammuffito composto da ragnatele, mi ritaglio la mia fetta di vita dondolando tra me e me, all’interno di un’inquietudine eremita. Da bimbo volevo realizzare i miei sogni. Chi non ne ha? I miei erano quelli di avere una famiglia numerosa, numerosissima, un lavoro che mi desse soddisfazioni ampie e tanti, tantissimi pupazzi da mettere a letto al mio fianco. I sogni sono tanti arcobaleni all’interno di un cielo incerto, pieno di pioggia, di nuvole, di fulmini. Dovrebbero essere leciti per qualsiasi essere umano, ma, spesso vengono stroncati da una realtà ben più amara di ciò che si immagina.
Posso solo credere che, non fossi poi così fortunato come credevo; in fondo, la fortuna è solo per i più deboli, ed io, modestia a parte, son comunque forte, elegantemente forte ecco.
Ero un piccolo ragazzino con le orecchie a sventola, che tanto lontano, comunque non poteva andare. O forse poteva. Non lo so, forse non lo saprò mai, perché di certezze, nella mia vita, ne ho sempre avute poche, fin dall’età di 10 anni. Voglio volare. L’inchiostro ha accompagnato la mia vita, lo ritengo un ottimo amico, lieve, liquido, omicida di un foglio sporcato di parole ma accarezzato da una piuma d’anima, una sfumatura rilevante e somigliante al sangue, che, però, mai ho sopportato. Prima di approdare qui, vivevo in periferia. Risiedevo, con i miei parenti, all’interno di una casa formata da 4 stanze piuttosto spaziose, seppur fossero partner di attacchi di panico molto potenti. Era una vertigine che tornava di punto in bianco ogni giorno, una voragine di ansia e stress che mi tormentava come fossi un condannato a morte, l’aria che mancava, i ricordi futuri che mi trapassavano nel presente come fossero dejà-vu ed una mano invisibile che mi accarezzava inspiegabilmente. Cioè, in realtà non era poi invisibile. Si, perché, proprio all’età di 10 anni
ho conosciuto il mio caro fratellino, il quale riusciva ad alleviare le mie sofferenze e le mie paure, anche senza parlare. Mi rinchiudevo in stanza ballando e giocando con lui, ci siamo fatti certe chiacchierate che non potete nemmeno immaginare, ma, i miei genitori non capivano, non potevano comprendere quel rapporto speciale che avevo. Non riuscivano a vederlo, non riuscivano a capire con chi stessi parlando, ignari del gran cuore che il mio caro fratellino aveva, ha. Mi hanno portato da psichiatri, preti, da chiunque. Dicevano che avevo il diavolo nell’animo, il cadavere in un’esistenza. Ma cosa!? Tutto questo, perché ballavo con lui, parlavo con lui, litigavo con lui. Ricordo che una mattina d’Autunno, mi aveva dato dello stupido perché mi ero invaghito della mia compagna di banco ( che non mi si filava di striscio) ed io per reazione gli diedi un pugno. Lui si scansò così velocemente che non solo non lo vidi più per un po’, ma che beccai il vetro del mio balcone facendomi intensamente male. Porto ancora una grossa cicatrice. Boh. Alcune vocine mi sussurrano parole che non comprendo. Pensavano fossi pazzo ed infatti rinnego i miei genitori, spazzatura marcia che sono nulla a confronto di Ivano (Il mio fratello) . Tutt’oggi mi accompagna in qualsiasi posto, lo vedo qui, davanti ai miei occhi che copre una misera finestra che lascia trapassare
solamente un raggio di luce. Puntualizzo, quando parlo di qualsiasi posto, parlo di Los Angeles, Las Vegas, Rio De Janeiro. Ora ad esempio, son qui, da 24 anni. Questo posto è differente da casa mia, non ci sono stanze, camere o saloni festanti. Le gocce del lavandino non danno cenno d’esistere, i tappeti non esistono. Un’ora al giorno esco in giardino. Beh. Lo chiamano manicomio, non so bene da dove derivi questa parola ma so solo che qui ci rinchiudono i malati mentali o presunti tali. Dicono che puzziamo, ma non mi sembra che gli altri odorino chissà quanto. Insomma rinchiudono chiunque possiede Ivano come amico, il
mio angelo custode. Nessuno ha mai capito che io sono sano, che non solo parlo con una persona che esiste, ma che riesco ad amare, nonostante tutto. Voi non sapete amare, non sapete nemmeno cosa sia questo sentimento e ci sputate su litri di disgrazie e cattiveria. Io non so cosa sia la cattiveria. Qui, le pareti ogni tanto si muovono, fanno uno strano movimento ma sono convinto che faccia parte del gioco, un gioco che gli infermieri e i dottori mi trasmettono e provocano solo per farmi divertire. Dai, non voglio lamentarmi, In fondo, in questa stanzetta, ho tanti amici. Oltre a mio fratello, naturalmente, che ora mi tiene la mano destra in modo molto premuroso ed affettuoso–Scrivo con la sinistra-, in mia compagnia, ci
sono le pareti che non solo si muovono, ma emettono strani versi, ululano. Poi c’è il tavolo che mi sorride, accompagna i miei pasti, ed una stufa che emana calore, troppo, forse.
Ricordo che una volta volevo abbracciarla perché mi si avvicinava con l’intento di abbracciarmi.. lo feci, attorcigliai il mio corpo su di lei ma i medici sfondarono la porta della mia stanza perché mi stavo provocando, non so come, delle ustioni. Così io e la stufa, il giorno dopo, bisticciammo talmente tanto, che per fargli capire che della sua esagerazione d’affetto, mi catapultavo con il volto verso le mie amiche pareti. Prendevo la rincorsa con l’intento di rompermi il cranio, ma non ci sono mai riuscito … Eppure wow.. che dolore. Loro, le pareti, m’imploravano di smetterla, di farla finita, mi vogliono ancora bene e capivano
quanto mi stessi facendo del male.. ancora oggi penso al perché, quel giorno, mi si sono avvicinati i medici, durante quell’abbraccio. Mi parlavano di ustioni ma in realtà era affetto, il calore di un’amicizia. Nessuno ha mai accolto il mio pianto ed ora che sono adulto, mi sento come una pagina stracciata nel bel mezzo di una storia finita. Ecco perché, il mondo è vuoto. Tremendamente vuoto ma io, io non morirò solo. Qualcuno ci sarà sempre e nessuno potrà capire cosa rappresentano le pareti, la stufa, il tavolo, Ivano … nessuno ,sai perché?
Perché qui, all’interno di questa struttura, ci vedono come dementi. Ma io non lo sono anima mia, io sono sano perché amo. Sai chi dovrebbe essere rinchiuso? Il paese senza cittadino, il cimitero senza il morto, l’uomo senza cuore. Mi manca l’odore del sugo, il freddo sulla pelle ed il negozio di scarpe. Eppure, io sono sano perchè si, io amo e dato che riesco a scrivere, vi confesso l’ultimo segreto della mia vita…
Il mio ultimo segreto consiste in …”

 

Marco Montanaro

Condividi con i tuoi amici