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POMERIGGIO (Quattordici parole)

Che nebbia!

Non vedo niente oltre il parabrezza della mia vecchia R5.

La strada della Val Cellina si inerpica tra forre che immagino, più che intravedere, tra pareti altissime che scompaiono nella nuvola di zucchero filato che mi avvolge e che, in qualche modo, ovatta anche i miei pensieri.

Improvvisamente, quasi inaspettato, forando il lattiginoso strato di nebbia, ecco il lago, Barcis e le cime che li circondano.

Lo smeraldo naturale delle acque ed i raggi di sole che hanno bucato e dissipato la coltre plumbea sono il mio viatico in questo viaggio di solitudine disperata.

Giù in pianura ho lasciato la caserma, le esercitazioni senza senso, l’inutile forma che non appare sostanza, ma solo appagante omaggio alla vanagloria ed alla presunzione di chi ha più stelle sulla spallina della giacca.

Quando non ce la faccio più, quando i miei nervi ed il mio cuore rischiamo di spaccarsi e di scoppiare, ho preso l’abitudine di salire in montagna, a Barcis. Le rive verdi di erba sono il complemento delle profonde acque di smeraldo. Le antiche pareti grigio ferro dei monti circostanti si specchiano e si addolciscono nella rifrazione movimentata del lago. Il liquido, argenteo tremolio, è trascinato da una leggera brezza che nel pomeriggio autunnale raccoglie occasioni gialle, ocra, nocciola, ultimo saluto ad una estate ormai lontana.

Passeggio sul lungolago.

I miei pensieri sono solo miei, Porzia perché?

La telefonata di ieri sera non doveva essere diversa dal solito.

Il “Ciao come stai?”, si è fermato in gola quando mi ha risposto

Ti debbo dire una cosa. Non ce la faccio più ad aspettare. Ciao, perdonami

Quattordici parole.

Quattordici parole e la mia vita è cambiata.

Quattordici pugnalate. Non so descrivere se fosse dolore, rabbia, stupore, incredulità e, forse, tutte queste cose insieme mischiate al sangue ed alle lacrime che fluivano dentro, lentamente, ma costantemente, lasciando irrigidito il volto con una smorfia, ombra di un sorriso abbozzato ed immediatamente abortito.

Questa notte, ogni attimo ha avuto solo un nome, Porzia.

Capire è stato semplice, in definitiva. Otto mesi lontano, qualche telefonata settimanale, una licenza di qualche giorno ogni tanto… poche occasioni per parlare ……. nessuna possibilità di chiarire…… il sesso che prende il sopravvento sull’amore ….un attimo e la licenza è finita……tornare in caserma con l’amaro in bocca per tutto quello che doveva essere e non è stato…….. non è potuto essere per forza di cose.

Da giovani si è capaci di creare priorità? La necessità di parlare di discutere, di litigare magari, per affrontare ed abbattere i cespugli irti degli inutili “non ho fatto niente”, “non è successo niente”, incomunicabili fiori che si frappongono tra di noi, è tale da sentirla preminente a tutti gli altri bisogni, più o meno reali?

Il poco tempo disponibile, l’affanno di vivere accanto a lei, la voglia di accontentare tutti, ammazzano un rapporto, lo rendono abitudine, che è ancora peggio.

I “signorsì” e le conseguenti tensioni te le porti appresso, non le lasci in camerata. La repressione di tutto quello che in vita è normale ti accompagna, anche, quando torni in vita.

Quando sei con lei.

E se ai genitori risparmi le tue frustrazioni incancrenite nella routine quotidiana, a lei non risparmi niente. E’ la tua valvola di sfogo, ma non le spieghi il tuo comportamento; no, le dici che “tutto va bene, sono solo un po’ stanco.”

E i dubbi, le perplessità diventano sottile vena quotidiana che irrora di subdola incertezza e di placido veleno i momenti passati a pensare a lei.

E, poi, via, si riparte per il Friuli, per Vivaro, nell’alienazione di una vita che non ha senso se non perché è destinata a finire presto e ad essere relegata nel mondo dei ricordi.

Ma io non ce la faccio.

Pensavo di essere forte. Ero convinto che noi fossimo forti.

Non posso credere di non averla più accanto, per lo meno al telefono. Porzia rappresenta la mia ancora di salvezza anche a 600 kilometri di distanza. A chi confidare le frustrazioni, la rabbia ingollata a forza, l’assurdo andamento di una vita costretta che niente ha a che fare con la mia.

Sì, è vero ci sono Roberto ed Adriano, ma loro vivono la mia stessa angoscia, quotidianamente, di pari passo con la mia.

Amici sinceri, amici d’arme, ma proprio perché coinvolti in questa pazzia alienata ed alienante, non mi servono da sfogo, ma piuttosto da pompa di compressione. Con loro parlo delle stesse cose che loro dicono a me. Le stesse rabbie, la medesima angoscia, eguali discorsi e simili reazioni. E’ la vittoria dell’assurdo e dell’incapacità di reagire.

Che fare?

Dai vicoli antichi, stretti, colorati dalle facciate policrome dei fabbricati, barlumi di vita: un ragazzo ed una ragazza, stretti stretti, si guardano negli occhi, non cercano altro, solo perdersi nel loro mare; un vecchio appoggiato al suo bastone di ginepro ricamato da sapienti intagli; una donnina chiusa nel suo scialle scuro che fa tanto Sud.

Raggiungono il lago mentre un bambino da una finestra aperta su uno dei vicoli, penzola le gambe fuori dal davanzale, raccoglie i raggi di sole che si infilano tra le vecchie mura e lambiscono l’argenteo continuo fluire del lago.

Quanta pace.

Il soffio del Crep Nudo raggiunge le rive dell’alveo e mi accarezza il viso. Sembra quasi che voglia risarcirmi di quello che ho perso. Sostituire l’amore con la tenerezza, con la compassione, con la comprensione. Sì, forse è questa la strada.

Improvvisamente, il silenzio. Sento la tensione che si ammorbidisce, lentamente, quasi dolcemente, mi lascia, libera le sensazioni rimaste affogate nelle ore precedenti, surclassate dall’inutile ricerca di motivi, di ragioni, di colpe.

In fondo, a monte, verso la passerella che attraversa la prima avvisaglia del lago, Roberto ed Adriano vengono verso di me.

Mi sorridono. Roberto, con il ciuffo impertinente che, liscio, gli cade sulla fronte, racconta “Abbiamo un appuntamento per questa sera. Sono tre amiche francesi. Le abbiamo conosciute ad Arba e più tardi ci raggiungono. Guarda che sono proprio .…..” Interrompo il suo logorroico entusiasmo.

Adriano, impassibile siculo, di par suo, con flemma solenne: “Non ci devi rompere, oggi la tua vita è cambiata e cambi anche tu. Altre donne, altra vita. Comunque, falla la parte del disperato d’amore, colpisce di più e’ fimmini!”.

Un raggio di sole, sentore del tramonto imminente, mi abbaglia gli occhi. Ad ovest, dietro la cresta del Crep Nudo, sui boschi tinteggiati dai colori dell’autunno, appena sfocati dai residui di refoli di nebbia, il giorno comincia a lasciare il campo alla pace della sera.

L’aria è più fresca, tesa alla ricerca di un posto dove accovacciarsi e riposare tra gli stretti vicoli dell’antico paese.

Sento un leggero tepore.

La morsa gelata della disperazione che mi imprigionava con i miei perché, per chi, ha mollato la stretta che mi arrestava il fiato ed il respiro comincia a farsi più regolare.

Amici miei. Monti, acque, aria. Vita.

Già, è vita quella che ti gira intorno, che ti prende con levità e ti fa sorridere ad una battuta scema del tuo amico.

Già, è vita il rumore delle acque che si infrangono sulla riva, regalandoti un sottofondo di tranquilla ovvietà.

Già, è vita il sospiro dei boschi e dei monti che ti avvolge, ti carezza, ti solletica, ti accompagna nelle ore scure, quando non te ne accorgi nemmeno, e nelle ore chiare quando ti rende felice essere lì e respirare quei momenti.

E’ vita, già, la disperazione di un amore che non c’è più, sciolto come neve al respiro dello scirocco, ma che ti grida, in ogni secondo, che, comunque, ne valeva la pena, che, però, è stata una grande storia, che hai tanto dato, ma pure tanto ricevuto.

E’ la vita.

Lo stomaco mi fa male.

Tutto sommato sono carine, Marie, Mathilde e Laure.

Con il loro italiano approssimativo ed arrotato cercano di consolarmi.

L’esperto isolano aveva ragione, la tristezza, la disperazione espresse o trattenute attirano.

Non è solo una forma di compassione, facile e gratuita, tanto non fa mai male dire qualche parola buona e non costa nulla far finta di essere colpiti.

Il cinico Adriano non ha aspettato tempo per raccontare la mia situazione. Vuole sfruttare la buona predisposizione delle ragazze.

Sono anche simpatiche nella loro dolcezza pietosa.

Ma a me lo stomaco fa male lo stesso.

Le parole blandiscono la mia tristezza.

Roberto è quasi spiazzato. Lui le ha conosciute, lui ha messo in moto la sua faccia tosta per avvicinarle e, come se le conoscesse da tempo, le ha, così, repentinamente, invitate a Barcis, sul lago, per una passeggiata ed una pizza.

Non so se è un po’ geloso di me e dell’attenzione che mi riservano. Interviene, mi addita alla loro commiserazione, non riuscendo a mascherare il suo disappunto, in quanto Laure, la più carina, bruna e slanciata, occhi verdi e bocca rossa – quella a cui aveva puntato -, pare essere la più interessata alle mie vicissitudini, alla mia malinconia.

La tristezza, la malinconia, evidenti ma silenziose compagne di un’esistenza bombardata da rifiuti e delusioni, attirano sempre.

Chi non rimprovera niente alla sua vita è attratto dagli infelici, di qualunque spessore e consistenza.

Non so se è una forma di ammenda, quasi a voler scusare la propria realtà lieve e serena.

E, allora, si è più disposti a dedicare tempo ai disperati, alle loro vere o presunte sfortune.

O, forse ancora, chi vive in una bolla di tranquillità è consapevole che, prima o poi, tutto cambierà, i ruoli si invertiranno, e spera che ciò che è stato dato verrà restituito.

Sentirsi solo fa più paura di tutto.

E la mano protesa da qualcuno è l’unica speranza che rimane quando sarà abbandonato e vittima dei propri incubi.

L’odore della paura della solitudine è dolce e richiama gli altri.

Forse, Laure lo avverte più delle altre.

Le sue dita lunghe ed affusolate, belle, accarezzano lievemente e dolcemente il mio viso.

Siamo vicini.

Siamo vicini, si.

Ma a me lo stomaco fa sempre male.

Il dolore è meno lancinante, ma c’è ancora.

Insieme ci avviamo verso il centro di Vivaro.

Il sole si è nascosto dietro i denti del Crep Nudo. Alcuni raggi si rifiutano di spegnersi.

Attraverso le nuvole, la luce è, oramai, soffusa e giunge attutita tra gli antichi vichi, smorzata dalle vecchie pietre, riflessa dai vetri delle finestre.

Gli occhi allegri di un bimbetto ci seguono; una leggera piega della sua bocca anticipa i suoi pensieri.

La piega diventa sorriso ed i suoi occhi si illuminano, mentre la sua manina ci fa “ciao”.

E’ sera, ormai.

Il vespro ci ha regalato un freddo e fastidioso vento.

Intorno al tavolo apparecchiato, le battute di Roberto, le risate delle nostre amiche, le improbabili gags di Adriano scaldano la sala ancora mezzo vuota.

Grandi piante ornamentali, fuori luogo per la collocazione geografica di Vivaro, poc’anzi ci hanno accolto nella hall, dove un distinto e gentilissimo signor Aurelio ci ha augurato una bella serata.

La sala à manger dell’Antico Albergo Centi ci ha ricevuto con un grande “fogolar” centrale.

Legni odorosi e caldi alle pareti abbracciano i tavoli ed i commensali.

La pizza ci scalda e ci rallegra. La birra e le coca cola ci rendono leggermente frizzanti.

Laure mi guarda negli occhi. Mi accordo, per la prima volta, del velo di tristezza che naviga nei suoi grandi occhi verdi.

Mi sorride, le sorrido.

La sua mano tocca la mia. Non sento più il vociare dei miei amici, i loro discorsi spensierati.

Laure mi sonda l’anima con il suo sguardo.

La sua parlata arrotata mi solca il cuore “Aiutami, sono sola. Sono qui per dimenticare il grande amore. Sto morendo piano, piano.”

Quattordici parole.

Le stringo la mano.

Il dolore allo stomaco se ne è andato.

 

Amedeo Cappella

 

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