home Racconti Riccardo e Marco

Riccardo e Marco

«Vediamo se sei capace di pisciare oltre quel bastoncino» fece Riccardo a Marco.

I due tirarono giù la lampo e lo cacciarono fuori. Marco guardò il suo amico che aveva due anni in più di lui, poi abbassò lo sguardo.

«Non vale» disse indispettito «tu hai due anni più di me e il pisello più grosso, sfido che pisci più lontano».

Il sole d’agosto brillava tra le spighe dei campi di Torpignattara, a quell’ora tutto sembrava immobile e le cicale parevano le uniche abitanti della terra.

«Allora, ci stai o no?» domandò Riccardo con le mani sui fianchi.

«Va bene, ma solo se mi dai qualche passo di vantaggio».

«Scordatelo» fece Riccardo, ricacciandolo nella patta dei pantaloni.

I due si incamminarono annoiati verso la Marranella, uno accanto all’altro. Strada facendo fecero fuori diverse lucertole e dato fuoco a parecchi formicai, il sole continuava a picchiargli in testa. Oltrepassarono Via Casilina e si fermarono davanti a un grande emporio schiacciando il naso sulla vetrina.

«Che darei per un Going» fece Marco a Riccardo.

«Non ci pensare amico, questa è roba da ricchi, al massimo ci possiamo accontentare della Nizza» rispose l’amico, tirandolo per la manica della maglietta.

«C’hai ragione, non ci pensiamo».

In quel momento il silenzio estivo fu fracassato dal fischio del trenino. I due si girarono.

«Corri» fece Riccardo «Dai, prendiamo il trenino».

Arrivarono proprio mentre il piccolo treno blu e bianco faceva cigolare le sue porte.

«Ma non abbiamo i soldi» gridò Marco.

«Segui me… guarda e impara» fece l’altro.

Salirono trafelati, poi presero posto: direzione Grotte Celoni. Si accomodarono uno dietro l’altro mentre il potente mezzo faceva stridere i binari. D’improvviso una mano enorme si posò sulla spalla di Marco.

«Biglietto, regazzi’».

Marco sollevò lo sguardo che si posò sulla pancia di un uomo baffuto in divisa, con il cappello di traverso e una pinza in mano.

«Scusi… non ce l’ho» disse arrossendo.

«Me pare chiaro che nun ce ll’hai, te lo devo fa io! Paghi pe te e pure pe l’amico tuo? Uno, fa cinquanta, due, cento…Ce vai a scola regazzi’?».

«Senta, signore, io… sì sì, ci vado a scuola ma…».

«Ho capito, niente soldi, giusto?».

«Giusto» fece Riccardo.

«Te zitto, che l’ho chiesto a te?» lo redarguì il signore.

Le porte cigolanti si aprirono. Un tizio bevuto come una spugna entrò barcollando, il bigliettaio si diresse con il braccio teso verso di lui.

«Dai, di corsa, scendiamo» sussurrò Riccardo a Marco.

I due filarono come siluri e con un balzo scesero dal trenino, una volta in strada saltarono il guard rail e corsero più veloce che poterono. Presero a camminare svogliatamente calciando sassolini e spintonandosi.

«Dai andiamo, mia sorella oggi pomeriggio aspetta le amiche sue, andiamo a dargli fastidio, tanto non c’è nessuno in giro, con questo caldo sono già tutti al mare» disse Marco.

Camminarono fino a Piazza dei Condottieri, imboccarono il vicolo mentre Marco tirò fuori le chiavi di casa. Nell’androne del palazzo, il fresco proveniente dalle cantine li fece sospirare di piacere.

«Ce l’hai la cantina, tu?» chiese Riccardo.

«Purtroppo no ma ce l’ha mio cugino, se vedessi che sballo, l’ha attrezzata per i pomiciamenti».

«Cavolo, ma quanti anni ha?».

«Quindici. Due anni più di me, ma sembra più grande»

«Fatte presta’ le chiavi».

«Non me le darebbe mai».

«Dai, chiamalo».

«T’ho detto di no, e poi se lo venisse a sapere mia madre sarebbe una rottura».

Riccardo mollò la presa ma aveva la solita faccia da furbetto come quando qualcosa gli frullava per la testa. Salirono le scale. Marco infilò la chiave nella toppa e quando aprì la porta, un coro di voci, che cantava Montagne Verdi, li assalì.

«Femminucce». Riccardo alzò le spalle con aria di sufficienza.

«Dai, piantala, spiamole. Vieni».

Entrarono nella cucina e da lì aprirono la porta dello stanzino attrezzato con scaffali di metallo e sopra conserve di pomodori, marmellate, sott’oli. Marco scostò un barattolo pesante contenente chiodi. Uno spiraglio conico di luce entrò nello stanzino buio. «Guarda» fece all’amico. L’altro avvicinò l’occhio. L’ondeggiare delle ragazzine sulla voce di Marcella Bella lo fece sorridere «Forte!» disse alzando la voce.

«Shhhhh» fece Marco portandosi l’indice sul naso «Non farti scoprire».

«Ma chi l’ha fatto, ‘sto buco?».

«Io».

«E perché?».

«Volevo controllare una certa situazione».

«Che situazione?».

«Lascia perdere…».

«No, che lascia perdere, parla».

«T’ho detto di no» fece Marco varcando la soglia dello stanzino.

Riccardo si mise seduto, di fronte a lui il tavolo di formica verde. Sollevò uno strofinaccio con sotto fettuccine fatte a mano «Mhh, buone!».

«L’ha fatte mia madre stamattina prima di andare a lavorare, se vuoi puoi rimanere a cena».

«Allora?».

«Oh, dai, non rompere».

«Non vorrai mica che vada a dire in giro che hai un pisellino piccolo quanto un bambino di due anni».

«Che mi frega».

«Oh, allora è ‘na cosa seria».

Marco stavolta non rispose. Daria entrò in cucina «Oh Marco, ma stai qua? Non ti ho sentito rientrare… ciao» salutò Riccardo un po’ infastidita. Lui rispose con un cenno del capo.

«Non sai manco parlare, bifolco, almeno rispondi quando uno ti saluta» disse rivolgendosi a Riccardo.

«Ciao» rispose lui imbarazzato.

Daria era una ragazzina di tredici anni, carina da morire, con i capelli ramati e ondulati, efelidi rotondissime le punticchiavano le guance bianche di latte. Snobbava tutti gli amici di suo fratello perché li considerava troppo stupidi. Una alla volta le amiche di Daria entrarono in cucina per bere, sorrisero complici alla visione di quei due ragazzini sudati e con le mani sporche di terra.

«Che vi siete sfidati a biglie?» fece una, ridendo e sgomitando verso la sua amica.

«Dai andiamo» disse Riccardo a Marco.

Le ragazzine si spostarono di nuovo nella stanza di Daria.

«Che stronze le amiche di tua sorella» disse Riccardo indispettito.

«Lo so, mi tocca lasciarle perdere, sennò qualche giorno…».

Scesero in cortile, il sole era ancora alto e bollente, si fermarono sotto l’ala di un palazzo. Ben nascosta c’era una scatola di cartone e dentro una gatta stanca pezzata di marrone che stava allattando i suoi sette cuccioli.

«Anvedi che belli» disse Riccardo cercando di prenderne uno, ma la gatta allungò la zampa artigliandogli il polso. Si guardò il graffio, se lo succhiò e continuarono la perlustrazione del cortile.

Dopo poco, Daria e le sue amiche uscirono dal portone. Riccardo e Marco si avvicinarono circospetti facendo finta di non averle viste. Già a qualche metro di distanza si sentiva l’odore fruttato delle big babol che le ragazzine masticavano socchiudendo le labbra lucide di zucchero. D’improvviso Riccardo e Marco sentirono stridere degli pneumatici, si girarono di scatto e videro Lollo, Pietro e Daniele, che dentro una Fiat 127 verde ridevano sguaiati. I tre frenarono di botto proprio vicino alle ragazzine, poi scesero. Daria si aggiustò i capelli con un colpo di mano, le altre si parlarono all’orecchio sorridendo timide. Lollo si appoggiò col sedere al cofano della macchina, braccia conserte e gambe divaricate.

«Ammazza quanto siete belle oggi… n’do annamo?», disse.

Daria si appoggiò accanto a Lollo, poi si girò baciandolo sulla guancia. Lui si voltò di scatto e Daria si ritrovò le labbra del ragazzo appiccicate alle sue. Le amiche di Daria ridacchiarono. Quei tre adulti le facevano sentire grandi. Marco e Riccardo si appostarono dietro una macchina parcheggiata, si accucciarono sbirciando la situazione.

«Quelli so’ banditi, li conosco» disse Riccardo.

«Lo so. Se la vedesse mio padre la gonfierebbe di botte» rispose Marco.

«Va’ a prende la bici, sbrigate» disse trafelato Riccardo.

Marco si tirò su sulle gambe, uscì da dietro la macchina, s’infilò nel portone e poco dopo ne uscì con la bicicletta. I due salirono: Riccardo sul sellino, Marco più in basso sul portapacchi. Passarono accanto a Daria e al gruppetto pedalando lentamente. Riccardo incrociò lo sguardo della ragazzina ma non si filarono. I due si fermarono, in attesa, dietro l’angolo di un palazzo. Le ragazzine salirono a bordo della 127 stipate come sardine insieme ai tre tizi che gli infilavano le mani ovunque.

Daria era seduta davanti, lato passeggero, di fianco a Lollo che teneva una mano sul volante e l’altra sulla coscia di lei scoperta da una minigonna plissettata. La ragazzina guardava dritto avanti a sé, il braccio piegato sul finestrino, masticasticando la big babol a bocca aperta. Ogni tanto gonfiava la gomma in un palloncino che gli esplodeva sul naso. La macchina passò proprio dove erano appostati il fratello e Riccardo che stava con il piede appoggiato all’indietro sul muro del palazzo. Si era acceso un mozzicone di sigaretta che aveva trovato per terra, aspirò quel poco di tabacco che era rimasto, poi lo scaraventò per terra schiacciandolo con il piede. Saltò in sella e Marco dietro di lui. Pedalò veloce fino a farsi uscire i polmoni fuori dal petto ma riuscì a stare dietro alla 127, fino a quando si fermò in un campo vicino a una casa diroccata.

Riccardo buttò la bici per terra e con Marco si sdraiarono tra le poche sterpaglie bruciate dal sole. Il gruppetto uscì dalla macchina dalla quale proveniva Fever Night dei Bee Gees a tutto volume. Lollo si appoggiò alla fiancata dell’auto, prese Daria per un braccio e la tirò a se, le sollevò la minigonna e gli schiaffò le mani sul sedere. I due ragazzini, in silenzio, controllavano la situazione. Marco fece per alzarsi ma Riccardo lo trattenne «aspetta» sussurrò «quelli sono in tre, e molto più grossi di noi… aspetta».

Si alzò appena e raggiunse la bicicletta, fece forza ma poi chiese aiuto a Marco «Vie’ qua, aiutame». Insieme riuscirono a staccare il cavalletto che, spezzatosi, aveva tutta l’aria di un arnese tagliente.

«Che fai?» chiese Marco.

«Glielo faccio vede’ io a quel coatto».

«Ma dai, andiamo via».

«Non dire cazzate. E’ tua sorella, no? Quelli la devono paga’».

Intanto il gruppo si era spostato nella casa diroccata, dalla macchina usciva 64 anni dei Cugini di Campagna. Riccardo e Marco si levarono sulle gambe, camminarono silenziosi e lentamente, quando, dall’interno del rudere, sentirono gridare. Si fermarono sui loro passi poi videro uscire, correndo, due delle cinque ragazzine.

«Corri» fece Riccardo a Marco «Va chiama’ la polizia».

Marco raggiunse la bici, Riccardo si voltò solo un attimo, ma il suo amico era già andato. Entrò nel rudere. Immondizia alta quanto lui era distribuita lungo tutto il perimetro, diede una rapida occhiata ma i tre tizi, Daria e le sue amiche, non c’erano. Lui, però, le sentiva gridare. Ripercorse l’interno del rudere correndo, uscì da un varco che doveva essere stata una finestra, e lì le vide. Lollo e Pietro stavano sopra Daria. Si dimenavano con i pantaloni abbassati fino alle ginocchia. Ridevano con un ghigno sulle labbra. Daria piangeva e gridava «per favore no… vi prego, vi prego».

Daniele teneva a bada le altre due ragazzine. Riccardo si fermò sui suoi passi, poi indietreggiò senza voltare le spalle. Entrò di nuovo nel rudere e lì prese a correre passando dall’entrata, fece il giro della vecchia casa, poi si appostò dietro l’angolo prima di uscire allo scoperto. Respirò profondo uno due tre volte Con il cavalletto della bici in mano prese la rincorsa e si scaraventò su Lollo. Lollo stava immobile. Riccardo lo aveva preso da dietro e gli aveva piantato il cavalletto sotto il mento. Premeva e un rivolo di sangue cominciò a scendere giù sulla camicia del ragazzo.

«Lasciatele o lo squarto» fece il ragazzino senza paura.

Lollo alzò le mani. Pietro si sollevò e i pantaloni gli scesero giù fino alle caviglie.

«Stai calmo, calmo» riuscì a dire Lollo, con un filo di voce.

«Annatevene. Subito, o te taglio la gola… te lo giuro».

«Famme alza’ e me ne vado. Ce ne andiamo».

«Nun fa scherzi, il fratello de Daria è annato a chiama’ la polizia, o ve ne andate o ve mettono al gabbio».

Riccardo lasciò la presa, poi afferrò Daria per un braccio e la tirò verso di sé “Venite qua” disse alle altre due ragazzine. Quelle, piangendo, si nascosero dietro Riccardo. I due delinquenti si tirarono su i pantaloni, poi Lollo guardò dritto negli occhi il ragazzino.

«A regazzi’, ma n’do vai co quer cavalletto?» e prese a ridere. «Namo và, sennò oggi qualcuno se fa male» disse ancora allacciandosi la cinta dei pantaloni.

Le tre ragazzine si strinsero tra loro mentre si aggrapparono alla maglietta zeppa di sudore di Riccardo. Sentirono sgommare le ruote della 127 Fiat, poi, le ragazzine, per mano, presero a camminare dietro Riccardo che teneva un passo veloce. Arrivarono sotto casa di Daria. Marco non c’era.

«Annate su a casa, io vado a cerca’ Marco», Riccardo aveva il fiato corto.

Daria entrò nel portone, si girò verso Riccardo e tornò indietro. «Grazie» gli disse «Se non era per te non so come sarebbe finita». Gli si avvicinò e gli stampò su un bacio sulla guancia. Riccardo rimase impietrito. Daria gli era sempre piaciuta, fin dalla seconda elementare. Stavano nella stessa classe fin quando, lui, in quarta, dovette lasciare la scuola.

 

 

 

La luce era accecante, sua madre non si ricordava mai di spegnere quel neon sopra il letto dopo aver portato il pranzo e a Riccardo facevano male gli occhi. Come non si ricordava mai che detestava le zucchine, ma lei, ogni giorno, gliele propinava, diceva che facevano bene all’intestino.

Riccardo, afferrò la cannuccia tra le labbra e succhiò qualcosa che sapeva di fragola, poi un movimento della testa gli fece conficcare la cannuccia nel palato. Fece una smorfia di dolore ma poi riprese a succhiare. La madre gli stava seduta a fianco senza parlare. Pareva non avere forze, teneva le mani sul grembo aspettando che lui terminasse la bevanda.

Il campanello di casa suonò e la mamma si precipitò ad aprire. Erano Marco, Daria, Giusy e Anna Maria. I quattro ragazzini, come tutti i pomeriggi da quando avevano nove anni, si fecero strada da soli entrando nella stanza di Riccardo.

«Buon compleanno!» urlarono salutandolo con le braccia in alto.

Riccardo sorrise e intanto il polmone d’acciaio pompava aria. Era il suo respiro da quando, in quarta elementare, gli avevano scoperto una brutta malattia. I quattro ragazzini gli si sedettero accanto. Marco, come sempre, aveva portato con sé i suoi quaderni di appunti e i due giornalini da leggere al suo amico Riccardo. Lo faceva tutti i giorni da quattro anni.

I giornalini avevano strips colorate e il titolo in nero di china: Le incredibili avventure del ragazzino senza paura.

di Lola Martini

Condividi con i tuoi amici